Vi siete mai chiesti perchè si dice “essere salvati dalla campanella“?
Le ipotesi sono numerose, ma oggi vi voglio parlare si quella più creepy!
Pare che nel diciottesimo secolo in Gran Bretagna si fosse diffusa la fobia di essere sepolti vivi, a seguito di numerosi casi della cronaca in cui si scoprì che persone, dichiarate morte e seppellite, in realtà erano cadute in uno stato di “morte apparente” : molte delle bare riportavano dei segni di graffi dall’interno, come se qualcuno fosse stato sepolto ancora vivo. Per evitare che si verificassero ancora episodi simili, si escogitaro diversi sistemi per permettere al presunto defunto di comunicare con l’esterno la propria “non morte”, come legare il polso del cadavere ad una campanella e fare in modo che ci fosse un guardiano sempre vigile sul luogo e pronto ad intervenire al primo segnale.
La prima bara di sicurezza registrata fu costruita per ordine del duca Ferdinando di Brunswick, prima della sua morte nel 1792. Aveva una finestra installata per far arrivare la luce, un tubo dell’aria per fornire aria fresca, e aveva una serratura montata come chiusura, al posto del coperchio inchiodato. Al Duca sarebbero state fornite due chiavi: una per il coperchio della bara e un secondo per la porta della tomba.
PG Pessler, un prete tedesco, suggerì nel 1798 di inserire nelle bare un tubo in cui far passare una corda collegata alle campane della chiesa: se un individuo fosse stato seppellito vivo, avrebbe potuto attirare l’attenzione in questo modo.
Questi sono solo alcuni esempio di progetti creati per sconfiggere la tafofobia (dal greco taphos, sepolcro): una fobia con possibili correlati psicopatologici, derivante dalla paura di essere sepolti vivi, a seguita della errata constatazione di morte.
Nella nuova Conferenza parleremo di questo e di di tutte le implicazioni che, anche in letteratura e nella recente cinematografia, comportò questa fobia.
Domenica 11 aprile ore 21.00 LA TAFOFOBIA (richiesto contributo di partecipazione di 5 euro a persona)
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